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	<title>Studio Legale RamadoriStudio Legale Ramadori | Studio Legale Ramadori</title>
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	<description>Studio Legale dell&#039;Avvocato Marco Ramadori</description>
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		<title>La fedeltà in cambio di un premio &#8211; Vivere in armonia</title>
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		<pubDate>Fri, 21 Oct 2011 10:23:47 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Ottobre 2011 RACCOLTE A PUNTI: LA FEDELTA’ IN CAMBIO DI UN PREMIO IL CONTRIBUTO IN DENARO NON PUO’ SUPERARE IL 75% DEL COSTO SOSTENUTO DALL’AZIENDA La promessa di un regalo è il più tradizionale sistema di fidelizzazione usato dalle aziende. I clienti vengono attratti dal miraggio dell’elettrodomestico o della tovaglia alla moda, che li spinge ad alimentare la tessera del supermercato o ad acquistare prodotti che diversamente non entrerebbero in casa. Almeno, non in quelle quantità. Il premio piace a tutti e fa compiere follie: mangiate controvoglia, scorte in magazzino e richieste di aiuto lanciate ad amici e parenti. Cosa fare per non restare a bocca asciutta? Il regolamento di una raccolta punti rappresenta a tutti gli effetti un contratto sottoscritto tra il consumatore e l’azienda, che assicura l’assegnazione di un bene o un servizio in cambio della fedeltà dimostrata. “Queste iniziative rientrano sotto il nome di operazioni a premi che, a differenza dei concorsi, non implicano la fortuna o l’abilità dei partecipanti ma sono condizionate dall’accumulo di un numero prestabilito di punti”, specifica Marco Ramadori, presidente Codacons e avvocato esperto in diritto dei consumatori. “Il consiglio è di non partecipare a raccolte che cambiano le nostre abitudini di acquisto, perchè [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.studioramadori.com/2011/10/raccolte-punti/logo-vivere-in-armonia/" rel="attachment wp-att-1228"><img class="size-full wp-image-1228 alignleft" title="logo-vivere-in-armonia" src="http://www.studioramadori.com/wp-content/uploads/2011/10/logo-vivere-in-armonia.jpg" alt="" width="367" height="112" /></a>Ottobre 2011</strong></p>
<p><strong>RACCOLTE A PUNTI: LA FEDELTA’ IN CAMBIO DI UN PREMIO</strong></p>
<p><strong>IL CONTRIBUTO IN DENARO NON PUO’ SUPERARE IL 75% DEL COSTO SOSTENUTO DALL’AZIENDA</strong></p>
<p>La promessa di un regalo è il più tradizionale sistema di fidelizzazione usato dalle aziende. I clienti vengono attratti dal miraggio dell’elettrodomestico o della tovaglia alla moda, che li spinge ad alimentare la tessera del supermercato o ad acquistare prodotti che diversamente non entrerebbero in casa. Almeno, non in quelle quantità. Il premio piace a tutti e fa compiere follie: mangiate controvoglia, scorte in magazzino e richieste di aiuto lanciate ad amici e parenti. Cosa fare per non restare a bocca asciutta? Il regolamento di una raccolta punti rappresenta a tutti gli effetti un contratto sottoscritto tra il consumatore e l’azienda, che assicura l’assegnazione di un bene o un servizio in cambio della fedeltà dimostrata. “Queste iniziative rientrano sotto il nome di operazioni a premi che, a differenza dei concorsi, non implicano la fortuna o l’abilità dei partecipanti ma sono condizionate dall’accumulo di un numero prestabilito di punti”,<strong> specifica Marco Ramadori, presidente Codacons e avvocato esperto in diritto dei consumatori.</strong> “Il consiglio è di non partecipare a raccolte che cambiano le nostre abitudini di acquisto, perchè spesso i sacrifici non valgono la ricompensa”.</p>
<p><strong>NESSUN COSTO</strong></p>
<p>Le operazioni a premi sono disciplinate dal Dpr 430/2001 e la loro partecipazione deve essere totalmente gratuita. “Le uniche spese a carico del partecipante possono essere quelle di corrispondenza, nel caso in cui la raccolta vada spedita per posta, oppure le eventuali telefonate alla società organizzatrice”, <strong>sottolinea Ramadori</strong>. Se in aggiunta ai punti è previsto anche un contributo in denaro, esso non può superare il 75% del costo sostenuto dalla ditta per l’acquisto del prodotto o del servizio. “Chi promuove la raccolta deve redigere un regolamento, che in qualsiasi momento può essere richiesto e visionato dal consumatore”. A ulteriore tutela dei partecipanti, il ministero dello Sviluppo economico vigila sulla regolarità delle iniziative e richiede alle aziende organizzatrici di prestare a suo favore una cauzione (mediante fideiussione bancaria) pari al 20% del valore dei premi messi a disposizione.</p>
<p><strong>OGGETTI DANNEGGIATI</strong></p>
<p>Se il regalo viene recapitato direttamente a casa, c’è il rischio – soprattutto per i piatti, tazzine e prodotti più fragili – che pervenga danneggiato. A risponderne deve essere l’azienda con cui abbiamo sottoscritto la raccolta. Per mettere le mani avanti, è buona regola verificare sempre lo stato del prodotto di fronte al corriere che ce lo consegna, in modo da respingerlo immediatamente in caso di danneggiamento, o per lo meno chiedergli di aggiungere una postilla: “si accetta con riserva”. Se dopo è difficile provare di non essere responsabili del danno, si può inviare una segnalazione all’azienda con cui abbiamo concluso la raccolta spiegando bonariamente l’accaduto. Solitamente, le ditte preferiscono risolvere con garbo queste situazioni e rispedire nuovamente il premio piuttosto che perdere il cliente o farsi cattiva pubblicità. Nel caso in cui, oltre ai punti, sia stato richiesto anche il versamento di una quota aggiuntiva, il nostro diritto si rafforza e un’associazione per la tutela dei consumatori potrà aiutarci in caso di controversia.</p>
<p>“Oltre a essere integro, il premio deve avere tutte le caratteristiche descritte nel catalogo su cui lo abbiamo scelto. In caso contrario, la società organizzatrice è passibili di un esposto per pubblicità ingannevole”.</p>
<p>LA GARANZIA</p>
<p>I premi beneficiano della garanzia legale applicata a qualunque altro bene di consumo. Le regole sono quelle di una normale compravendita: il prodotto deve essere esente da difetti, funzionante, idoneo all’uso e se nell’arco dei due anni si rompe, non a causa di un uso negligente ma perchè difettoso, si ha diritto alla sostituzione oppure alla riparazione. La garanzia va esercitata presso chi ci ha fornito il bene, tenendo sempre a portata di mano una prova di consegna del premio, come lo scontrino del supermercato in cui viene visualizzato lo storno dei punti oppure la bolla di consegna lasciata dal corriere.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Emergenza furti in ospedale &#8211; Viversani &amp; Belli</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Sep 2011 08:14:25 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[29 luglio 2011 IL PARERE DELL’ESPERTO “Le vittime sono molte, ma non escono allo scoperto” L’Avvocato Marco Ramadori è responsabile per la salute del Codacons e ha risposto ad alcune domande sul tema. E’ vero che il furto in ospedale è stato equiparato a quello in appartamento? L’art. 624 del Codice penale definisce il reato di furto, stabilendo che deve essere punito con la reclusione o con una multa chiunque si impossessa delle cose altrui. Il furto in abitazione o dimora privata costituisce elemento oggettivo del reato stesso e quindi non si potrebbe riferire al furto in ospedale. Al concesso di “privata dimora” si potrebbero però attribuire una serie di significati. La stessa Corte di Cassazione già in passato precisava che l’ospedale costituisce un edificio destinato ad abitazione ai sensi dell’art.625 comma 1 del Codice penale. Infatti, per la funzione che svolge e per l’organizzazione che lo caratterizza, esso è destinato al ricovero di una pluralità di persone che, per molteplici ragioni, devono soggiornarvi più o meno stabilmente. Più recentemente, inoltre, la Suprema Corte ha avuto modo di ribadire che “luogo destinato a privata dimora” deve intendersi qualsiasi luogo, non pubblico, in cui una persona si trattenga, in modo permanente [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.studioramadori.com/wp-content/uploads/2011/09/viveresaniebelli.gif"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1182" title="viveresaniebelli" src="http://www.studioramadori.com/wp-content/uploads/2011/09/viveresaniebelli-150x56.gif" alt="viver sani e e belli" width="150" height="56" /></a><strong>29 luglio 2011</strong></p>
<p><strong>IL PARERE DELL’ESPERTO</strong></p>
<h2><strong>“Le vittime sono molte, ma non escono allo scoperto”</strong></h2>
<p>L’Avvocato<strong> Marco Ramadori</strong> è responsabile per la salute del Codacons e ha risposto ad alcune domande sul tema.</p>
<p><strong>E’ vero che il furto in ospedale è stato equiparato a quello in appartamento?</strong></p>
<p>L’art. 624 del Codice penale definisce il reato di furto, stabilendo che deve essere punito con la reclusione o con una multa chiunque si impossessa delle cose altrui. Il furto in abitazione o dimora privata costituisce elemento oggettivo del reato stesso e quindi non si potrebbe riferire al furto in ospedale. Al concesso di “privata dimora” si potrebbero però attribuire una serie di significati. La stessa Corte di Cassazione già in passato precisava che l’ospedale costituisce un edificio destinato ad abitazione ai sensi dell’art.625 comma 1 del Codice penale. Infatti, per la funzione che svolge e per l’organizzazione che lo caratterizza, esso è destinato al ricovero di una pluralità di persone che, per molteplici ragioni, devono soggiornarvi più o meno stabilmente. Più recentemente, inoltre, la Suprema Corte ha avuto modo di ribadire che “luogo destinato a privata dimora” deve intendersi qualsiasi luogo, non pubblico, in cui una persona si trattenga, in modo permanente oppure transitorio e contingente, per compiere atti di vita privata o attività lavorative. Pertanto, alla luce di quanto qui esposto, il furto in ospedale può essere equiparato al furto in appartamento, laddove la stessa Corte di Cassazione ha più volte interpretato il significato di “privata dimora” facendovi rientrare anche la struttura ospedaliera.</p>
<p><strong>E’ possibile chiedere un risarcimento dei danni?</strong></p>
<p>La questione del risarcimento del danno è complessa perchè, nel caso in cui venga individuato il responsabile del furto avvenuto in ospedale, ovviamente costui sarà anche responsabile dell’eventuale risarcimento del danno. Stesso ragionamento non può essere fatto con altrettanta tranquillità nei confronti della struttura ospedaliera ove avviene il furto. Bisognerebbe capire se, nel caso di furto commesso all’interno dei locali di un ospedale, quest’ultimo risulti responsabile ai fini del risarcimento.</p>
<p>Sarebbe possibile farlo se esistesse un contratto di deposito e custodia tra ospedale e pazienti, in base al quale la struttura diventa responsabile delle cose che vengono lasciate nei locali di pertinenza della struttura ospedaliera. Il contratto di deposito, infatti, disciplinato da diversi articoli, stabilisce che una parte (il depositario) riceve dall’altra (il depositante) un oggetto mobile con l’obbligo di custodirlo e restituirlo in natura. Il nostro Codice civile, però, mentre prevede e disciplina esplicitamente la fattispecie del deposito in albergo, non dice nulla del deposito in ospedale. Gli albergatori sono responsabili di ogni deterioramento, distruzione o sottrazione delle cose portate dal cliente in albergo. Pertanto, potrebbe azzardarsi un’applicazione analoga per l’ospedale e i degenti. Per configurare una responsabilità in capo alla struttura ospedaliera ai fini del risarcimento del danno nei confronti di vittime di furto, si potrebbe fare riferimento al contratto di accettazione che ogni cittadino che deve essere ricoverato sottoscrive con l’ospedale e, in base a quello, provare ad ammettere o escludere la responsabilità per furto avvenuto al suo interno.</p>
<p><strong>Vi siete mai occupati di casi del genere?</strong></p>
<p>Riceviamo molte segnalazioni per i furti. Tuttavia i cittadini, sia per le problematiche giuridiche sopra accennate sia per i costi e i tempi della giustizia italiana che rendono pressochè inutile e antieconomico agire per piccoli importi, preferiscono non ricorrere alle vie giudiziarie.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>CLASS ACTION: LEGGE TRUFFA &#8211; Metro</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Sep 2011 09:19:36 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[27 settembre 2011 L&#8217;intervista: Legge truffa, non tutela i cittadini Marco Ramadori è l’avvocato del Codacons, tra le associazioni più attive per le class action. Una su mille ce la fa&#8230; Due, in realtà. Ne abbiamo ottenute due, su decine di casi. Una contro il ministero dell’Istruzione, per le classi pollaio: il Tar ha obbligato il ministero ad attuare un piano di edilizia scolastica. L’altra contro la società che ha prodotto il test fai da te per l’influenza aviaria. Quanti cittadini coinvolti? Beh, uno. Come? La legge è una truffa. Dopo l’ammissibilità, il cittadino leso deve dichiarare di aderirvi, con raccomandate. Lei sosterrebbe dei costi per riavere i 15 euro spesi? Con il rischio che se non va a buon fine si debbano pagare i danni di immagine causati. S.D. &#160;]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>27 settembre 2011</strong></p>
<h2><strong>L&#8217;intervista: Legge truffa, non tutela i cittadini</strong></h2>
<p><span class="Apple-style-span" style="font-size: 15px; font-weight: bold;">Marco Ramadori è l’avvocato del Codacons, tra le associazioni più attive per le class action.</span></p>
<p><strong>Una su mille ce la fa&#8230;</strong></p>
<p>Due, in realtà. Ne abbiamo ottenute due, su decine di casi. Una contro il ministero dell’Istruzione, per le classi pollaio: il Tar ha obbligato il ministero ad attuare un piano di edilizia scolastica. L’altra contro la società che ha prodotto il test fai da te per l’influenza aviaria.</p>
<p><strong>Quanti cittadini coinvolti?</strong></p>
<p>Beh, uno.</p>
<p><strong>Come?</strong></p>
<p>La legge è una truffa. Dopo l’ammissibilità, il cittadino leso deve dichiarare di aderirvi, con raccomandate. Lei sosterrebbe dei costi per riavere i 15 euro spesi? Con il rischio che se non va a buon fine si debbano pagare i danni di immagine causati.</p>
<p>S.D.</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Uno scudo per i risparmiatori &#8211; Corriere della Sera</title>
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		<pubDate>Sat, 03 Sep 2011 16:41:15 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[22 maggio 2011 Uno scudo anche per i risparmiatori? Le prime proposte di legge sulla class action, negli anni 2003-2006, prevedevano come fulcro centrale proprio la tutela dei risparmiatori. Non basta: anche la versione iniziale della riforma poi approvata contemplava anche gli investitori, a fianco di consumatori e utenti. Dopodichè, nel corso del dibattito parlamentare nel 2007, la tutela esplicita di risparmiatori e investitori è saltata. Una scelta che ha alimentato forti polemiche politiche e suscitato grande perplessità anche tra i giuristi. Non è questa la sede per ricostruire le pressioni delle lobby che hanno pesato nei lavori legislativi: qui interessa mettere a fuoco il risultato finale. E la lettera della norma lascia aperta la discussione. Di sicuro i risparmiatori dovranno continuare a utilizzare gli strumenti già previsti dalla legge (in particolare dal Tuf, il Testo unico sull&#8217; intermediazione finanziaria) per riparare a torti subiti. Con una grande differenza: la normativa finanziaria non prevede, a differenza della class action, la possibilità di ottenere un risarcimento dei danni. Resta ancora aperta la domanda chiave: i risparmiatori possono promuovere una class action? Le stesse associazioni dei consumatori si dividono. Marco Ramadori, presidente di Codacons, ritiene che la norma non lasci margini di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.studioramadori.com/wp-content/uploads/2011/08/corrieredellasera_logo.png"><img class="alignleft size-full wp-image-1072" title="corrieredellasera_logo" src="http://www.studioramadori.com/wp-content/uploads/2011/08/corrieredellasera_logo.png" alt="" width="459" height="34" /></a>22 maggio 2011</strong></p>
<p><strong>Uno scudo anche per i risparmiatori?</strong></p>
<p>Le prime proposte di legge sulla class action, negli anni 2003-2006, prevedevano come fulcro centrale proprio la tutela dei risparmiatori. Non basta: anche la versione iniziale della riforma poi approvata contemplava anche gli investitori, a fianco di consumatori e utenti. Dopodichè, nel corso del dibattito parlamentare nel 2007, la tutela esplicita di risparmiatori e investitori è saltata. Una scelta che ha alimentato forti polemiche politiche e suscitato grande perplessità anche tra i giuristi. Non è questa la sede per ricostruire le pressioni delle lobby che hanno pesato nei lavori legislativi: qui interessa mettere a fuoco il risultato finale. E la lettera della norma lascia aperta la discussione. Di sicuro i risparmiatori dovranno continuare a utilizzare gli strumenti già previsti dalla legge (in particolare dal Tuf, il Testo unico sull&#8217; intermediazione finanziaria) per riparare a torti subiti. Con una grande differenza: la normativa finanziaria non prevede, a differenza della class action, la possibilità di ottenere un risarcimento dei danni. Resta ancora aperta la domanda chiave: i risparmiatori possono promuovere una class action? Le stesse associazioni dei consumatori si dividono. <strong>Marco Ramadori, presidente di Codacons,</strong> ritiene che la norma non lasci margini di intervento. Viceversa Paolo Martinello, presidente di Altroconsumo, sostiene esattamente la tesi opposta.</p>
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		<title>Dimissioni illegittime dagli ospedali &#8211; Viversani &amp; Belli</title>
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		<pubDate>Sat, 03 Sep 2011 16:38:36 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[13 maggio 2011 IL PARERE DELL’AVVOCATO “I medici devono pensare al bene dei malati, non alle spese” La giurisprudenza plaude a questa decisione della Cassazione. Abbiamo chiesto a Marco Ramadori, avvocato cassazionista, quali sono le implicazioni di questa sentenza. Qual’è l’importanza di questa sentenza?  La pronuncia della Suprema Corte in realtà non dice nulla di nuovo: ribadisce un principio fondamentale della deontologia dei medici, che devono sempre mettere al primo posto la tutela della salute del malato. Un concetto che è ribadito anche nella nostra Costituzione, all’articolo 32. Le linee guida sono protocolli certamente importanti da seguire e a cui fare riferimento, ma non sono leggi assolute. Un medico deve sempre valutare caso per caso, non devono essere applicati in modo automatico. Secondo lei è un fenomeno che dipende dalla necessità di abbattere i costi o anche da errori di valutazione da parte dei medici? Credo che in molti casi le due ragioni si accompagnino. Ci sono certamente moltissimi medici bravi e scrupolosi in Italia, ma la situazione della sanità del nostro Paese presenta tanti problemi che hanno dimensioni talmente ampie da rappresentare la maggiore preoccupazione di molti medici. Il dottore di questo caso specifico, secondo la decisione della Cassazione, ha applicato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.studioramadori.com/wp-content/uploads/2011/09/viveresaniebelli.gif"><img class="alignleft size-full wp-image-1182" title="viveresaniebelli" src="http://www.studioramadori.com/wp-content/uploads/2011/09/viveresaniebelli.gif" alt="viver sani e e belli" width="195" height="56" /></a>13 maggio 2011</strong></p>
<p><strong>IL PARERE DELL’AVVOCATO</strong></p>
<p><strong>“I medici devono pensare al bene dei malati, non alle spese”</strong></p>
<p>La giurisprudenza plaude a questa decisione della Cassazione. Abbiamo chiesto a <strong>Marco Ramadori, </strong>avvocato cassazionista, quali sono le implicazioni di questa sentenza.</p>
<p><strong>Qual’è l’importanza di questa sentenza? </strong></p>
<p>La pronuncia della Suprema Corte in realtà non dice nulla di nuovo: ribadisce un principio fondamentale della deontologia dei medici, che devono sempre mettere al primo posto la tutela della salute del malato. Un concetto che è ribadito anche nella nostra Costituzione, all’articolo 32. Le linee guida sono protocolli certamente importanti da seguire e a cui fare riferimento, ma non sono leggi assolute. Un medico deve sempre valutare caso per caso, non devono essere applicati in modo automatico.</p>
<p><strong>Secondo lei è un fenomeno che dipende dalla necessità di abbattere i costi o anche da errori di valutazione da parte dei medici?</strong></p>
<p>Credo che in molti casi le due ragioni si accompagnino. Ci sono certamente moltissimi medici bravi e scrupolosi in Italia, ma la situazione della sanità del nostro Paese presenta tanti problemi che hanno dimensioni talmente ampie da rappresentare la maggiore preoccupazione di molti medici. Il dottore di questo caso specifico, secondo la decisione della Cassazione, ha applicato in modo troppo meccanico le linee guida, sottovalutando spie importanti, come l’obesità e altri disturbi. Gli errori di valutazione non possono essere giustificati dalla necessità di contenere i costi.</p>
<p><strong>In caso di danni seri dopo una dimissione considerata troppo frettolosa come è meglio agire?</strong></p>
<p>Il primo passo da fare è quello di contattare un medico legale per effettuare una perizia e accertarsi che ci sia realmente un nesso causale tra il danno procurato e il comportamento dell’ospedale. Solo in caso di risposta positiva si può intentare una causa civile per risarcimento danni: bisogna disporre sempre di dati oggettivi da sottoporre e non lasciarsi trasportare solo dal dolore, evitando così di perdere una causa e di pagare anche le spese processuali.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Degrado Roma, Codacons lancia class action &#8211; Corriere della Sera</title>
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		<pubDate>Sat, 03 Sep 2011 16:22:33 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[5 maggio 2011 &#8220;Class action contro Campidoglio per lo stato di degrado a Roma&#8221; &#8220;Class action contro Campidoglio per lo stato di degrado a Roma&#8221; Iniziativa del Codacons chiede risarcimento di 1,5 miliardi di euro: basta a rifiuti, bus strapieni, buche E mette chip su plastica: vediamo che fine fa ROMA &#8211; Un risarcimento da un miliardo e mezzo di euro. Dal Comune di Roma ai romani. Lo chiede il Codacons che lancia una Class Action contro il Campidoglio per dire basta alla spazzatura per strada, agli autobus strapieni, alle buche e al degrado della capitale in generale. E invita i romani a partecipare all&#8217; azione collettiva in modo da ottenere, dall&#8217; amministrazione comunale, un risarcimento di 1.000 euro a testa per i disservizi. &#8220;CHIEDERE DANNI SIMBOLICI&#8221; &#8211; &#8220;Il Comune, nel 2005 e 2008, ha indicato quali sono le zone degradate di Roma &#8211; ha spiegato Marco Ramadori uno dei presidenti del Codacons &#8211; e per queste aree ha ottenuto 50 milioni di euro per riqualificarle. Così non è stato però visto il degrado davanti cui ci troviamo. I romani potranno chiedere i danni simbolici aderendo alla nostra class action. Hanno tempo fino al 30 giugno&#8221;. Da Montesacro a Bufalotta, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.studioramadori.com/wp-content/uploads/2011/08/cds.gif"><img class="alignleft size-full wp-image-1071" title="cds" src="http://www.studioramadori.com/wp-content/uploads/2011/08/cds.gif" alt="" width="268" height="50" /></a>5 maggio 2011</strong></p>
<p><strong>&#8220;Class action contro Campidoglio per lo stato di degrado a Roma&#8221;</strong></p>
<p><strong>&#8220;Class action contro Campidoglio per lo stato di degrado a Roma&#8221; Iniziativa del Codacons chiede risarcimento di 1,5 miliardi di euro: basta a rifiuti, bus strapieni, buche E mette chip su plastica: vediamo che fine fa</strong></p>
<p>ROMA &#8211; Un risarcimento da un miliardo e mezzo di euro. Dal Comune di Roma ai romani. Lo chiede il Codacons che lancia una Class Action contro il Campidoglio per dire basta alla spazzatura per strada, agli autobus strapieni, alle buche e al degrado della capitale in generale. E invita i romani a partecipare all&#8217; azione collettiva in modo da ottenere, dall&#8217; amministrazione comunale, un risarcimento di 1.000 euro a testa per i disservizi. &#8220;CHIEDERE DANNI SIMBOLICI&#8221; &#8211; &#8220;Il Comune, nel 2005 e 2008, ha indicato quali sono le zone degradate di Roma &#8211; <strong>ha spiegato Marco Ramadori uno dei presidenti del Codacons</strong> &#8211; e per queste aree ha ottenuto 50 milioni di euro per riqualificarle. Così non è stato però visto il degrado davanti cui ci troviamo. I romani potranno chiedere i danni simbolici aderendo alla nostra class action. Hanno tempo fino al 30 giugno&#8221;. Da Montesacro a Bufalotta, da Casal Bertone a San Basilio, da Centocelle a Corre Maura, da Ostiense a Corviale, da Trionfale a Boccea. Sono tante le zone della Capitale considerate dalla delibera comunale del 2008 come &#8216; degradatè, anche se non si tratta soltanto di periferie. &#8220;PULIZIA STRADE NEGATIVA&#8221; &#8211; E proprio il Codacons, annunciando mercoledì mattina l&#8217; azione collettiva, ha anche presentato i risultati di un monitoraggio di dieci strade di Roma fatto per verificare la frequenza nella pulizia da parte dell&#8217; Ama: il 90% delle vie non ha superato l&#8217; esame, nove hanno registrato un livello di pulizia negativo, quattro versano in condizioni pessime essendo pulite solo una volta ogni dieci giorni. Sulla base di questi elementi l&#8217; associazione dei consumatori ha presentato una denuncia in Procura contro l&#8217; Ama ipotizzando il reato di interruzione di pubblico servizio. UN CHIP PER SEGUIRE I RIFIUTI &#8211; Intanto, il presidente del Codacons Riccardo Renzi lancia anche un&#8217; altra iniziativa: &#8220;Abbiamo comprato dei chip da mettere nelle bottiglie destinate ai raccoglitori della plastica per seguire il loro percorso fino a Rocca Cencia: riceveremo le coordinate, tramite il sistema Gps, che una persona incaricata ci invierà, e seguiremo, per circa 30 giorni, il percorso che fa la plastica a Roma. Per vedere &#8211; conclude Rienzi &#8211; se davvero viene ritirata ogni settimana e cosa accade. Poi vi faremo sapere dove va a finire&#8230;&#8221;.</p>
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		<title>Il Codacons contro Roma sporca &#8211; Ansa</title>
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		<pubDate>Sat, 03 Sep 2011 16:18:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>darklaw</dc:creator>
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		<description><![CDATA[4 maggio 2011 ROMA SPORCA, CLASS ACTION CODACONS E CHIP PER DIFFERENZIATA ASSOCIAZIONE CONSUMATORI,VERIFICARE PERCORSO CHE FANNO I RIFIUTI (ANSA) &#8211; ROMA, 4 MAG &#8211; Degrado nei quartieri della capitale: dall&#8217;immondizia per strada agli autobus sovraffollati e in ritardo, dalle buche &#8216;incubo&#8217; per auto e moto alle strisce pedonali &#8216;invisibili&#8217;. Il Codacons lancia il suo Sos e mobilita i romani per fare una class action contro il Comune di Roma. &#8220;L&#8217;amministrazione comunale, nel 2005 e 2008, ha indicato quali sono le zone degradate della capitale &#8211; ha spiegato Marco Ramadori, uno dei presidenti del Codacons &#8211; e per queste aree ha ottenuto 50 milioni di euro per riqualificarle. Così non è stato visto il degrado davanti cui ci troviamo&#8221;. E sono diverse le aree, non solo in periferia, considerate &#8216;degradate&#8217; dalla delibera comunale del 2008: da Montesacro a Bufalotta, da Casal Bertone a San Basilio, da Centocelle a Torre Maura, da Ostiense a Corviale, da Trionfale a Boccea. L&#8217;obiettivo della class action è quello di risarcire i cittadini per i disservizi: mille euro di danni per ogni residente che sottoscrive l&#8217;appello entro il 30 giugno. E&#8217; quanto promette il Codacons che questa mattina ha puntato i riflettori sulla pulizia delle [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.studioramadori.com/wp-content/uploads/2011/08/logoansa.gif"><img class="alignleft size-full wp-image-1079" title="logoansa" src="http://www.studioramadori.com/wp-content/uploads/2011/08/logoansa.gif" alt="" width="226" height="71" /></a>4 maggio 2011</strong></p>
<p><strong>ROMA SPORCA, CLASS ACTION CODACONS E CHIP PER DIFFERENZIATA</strong></p>
<p><strong>ASSOCIAZIONE CONSUMATORI,VERIFICARE PERCORSO CHE FANNO I RIFIUTI</strong></p>
<p>(ANSA) &#8211; ROMA, 4 MAG &#8211; Degrado nei quartieri della capitale: dall&#8217;immondizia per strada agli autobus sovraffollati e in ritardo, dalle buche &#8216;incubo&#8217; per auto e moto alle strisce pedonali &#8216;invisibili&#8217;. Il Codacons lancia il suo Sos e mobilita i romani per fare una class action contro il Comune di Roma. &#8220;L&#8217;amministrazione comunale, nel 2005 e 2008, ha indicato quali sono le zone degradate della capitale &#8211; ha spiegato <strong>Marco Ramadori, uno dei presidenti del Codacons</strong> &#8211; e per queste aree ha ottenuto 50 milioni di euro per riqualificarle. Così non è stato visto il degrado davanti cui ci troviamo&#8221;. E sono diverse le aree, non solo in periferia, considerate &#8216;degradate&#8217; dalla delibera comunale del 2008: da Montesacro a Bufalotta, da Casal Bertone a San Basilio, da Centocelle a Torre Maura, da Ostiense a Corviale, da Trionfale a Boccea. L&#8217;obiettivo della class action è quello di risarcire i cittadini per i disservizi: mille euro di danni per ogni residente che sottoscrive l&#8217;appello entro il 30 giugno. E&#8217; quanto promette il Codacons che questa mattina ha puntato i riflettori sulla pulizia delle strade della capitale. Vie sporche, in alcuni casi sporchissime, e netturbini spesso assenti per giorni. Sono in sintesi i risultati del monitoraggio di dieci strade fatto per verificare la frequenza di passaggio da parte dell&#8217;Ama. Ogni giorno, e per più di una settimana, sono stati depositati in precisi punti dei rifiuti (bottiglie di plastica, lattine, cartacce) per poi vedere se venivano rimossi: maglietta nera per via Carnaro, in zona Conca d&#8217;Oro, via Gaspara Stampa, quartiere Talenti e via Borgo Ticino, in zona Casalotti, dove la frequenza di pulizia è stata di una volta in dieci giorni. Il 90% delle strade monitorate ha registrato risultati insufficienti: solo via Appia ha superato l&#8217;esame del Codacons con livelli di pulizia accettabili. La battaglia dell&#8217;associazione dei consumatori, che ha già presentato una denuncia in Procura di Roma contro l&#8217;Ama ipotizzando il reato di interruzione di pubblico servizio, non si ferma qui. Anzi, utilizza le nuove tecnologie per cercare di mettere in scacco eventuali irregolarità nella capitale. L&#8217;idea è quella di inserire dei &#8216;chip&#8217; con rilevatori Gps all&#8217;interno di buste dell&#8217;immondizia per poi &#8216;seguire&#8217; i rifiuti e verificare se realmente rispettano il percorso della raccolta differenziata; una volta attivato, il chip invierà sms per segnalare la sua posizione che potrà essere rintracciata attraverso programmi di mappatura come Google Earth. &#8220;La differenziata dovrebbe andare nell&#8217;impianto di Rocca Cencia &#8211; ha detto Carlo Rienzi uno dei presidenti del Codacons -, ma se così non fosse renderemo noto dove va a finire, valutando eventuali responsabilità anche penali&#8221;.</p>
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		<title>1271+ bambini a rischio malasanità</title>
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		<pubDate>Mon, 29 Aug 2011 11:17:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>darklaw</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sono i bambini nati nell&#8217;ospedale Gemelli, tra l’1 marzo e il 25 luglio, e ora a rischio tubercolosi, dopo che un’infermiera del reparto di neonatologia del policlinico romano è risultata infettata dalla malattia. Il Codacons e l’Associazione Articolo32 sono così state costrette in questi giorni ad intervenire, con esposti e addirittura affrontando i costi di relazioni mediche indipendenti. La Procura di Roma ha già aperto un’inchiesta. Ma è sufficiente? Naturalmente no, perché la salute va tutelata in via preventiva, nessuna somma di denaro potrà mai risarcire un danno grave alla salute. La parola d’ordine dovrebbe essere, in questo caso come in purtroppo tanti altri di malasanità, solo una: PREVENZIONE. In particolare quando in gioco c’è la salute dei bambini. Tra l’altro, l’incubazione della malattia è di 10 anni, e dunque ora migliaia di persone (ad esempio le mamme che allattavano nel reparto ma anche i pazienti degli altri reparti dove l’infermiera ha lavorato in precedenza) dovranno sottoporsi a controlli. Con spese a carico di chi? Anche qui il Codacons ha presentato un esposto alla Corte dei Conti, affinché non sia certo la Regione Lazio, e dunque i cittadini, ad affrontare queste spese, bensì il Gemelli. E il solo fatto di dover essere &#8220;controllato&#8221; [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sono i bambini nati nell&#8217;ospedale Gemelli, tra l’1 marzo e il 25 luglio, e ora a rischio tubercolosi, dopo che un’infermiera del reparto di neonatologia del policlinico romano è risultata infettata dalla malattia.</p>
<p>Il Codacons e l’Associazione Articolo32 sono così state costrette in questi giorni ad intervenire, con esposti e addirittura affrontando i costi di relazioni mediche indipendenti. La Procura di Roma ha già aperto un’inchiesta.</p>
<p>Ma è sufficiente? Naturalmente no, perché la salute va tutelata in via preventiva, nessuna somma di denaro potrà mai risarcire un danno grave alla salute. La parola d’ordine dovrebbe essere, in questo caso come in purtroppo tanti altri di malasanità, solo una: PREVENZIONE. In particolare quando in gioco c’è la salute dei bambini.</p>
<p>Tra l’altro, l’incubazione della malattia è di 10 anni, e dunque ora migliaia di persone (ad esempio le mamme che allattavano nel reparto ma anche i pazienti degli altri reparti dove l’infermiera ha lavorato in precedenza) dovranno sottoporsi a controlli. Con spese a carico di chi? Anche qui il Codacons ha presentato un esposto alla Corte dei Conti, affinché non sia certo la Regione Lazio, e dunque i cittadini, ad affrontare queste spese, bensì il Gemelli.</p>
<p>E il solo fatto di dover essere &#8220;controllato&#8221; e’ già causa di danno risarcibile per chi è a rischio di contagio, per la paura e il rischio corso. Anche per questo, il Codacons ha messo a disposizione un team di avvocati, per ogni informazione.</p>
<p>Ma tutto questo non dovrebbe essere necessario, né in questo né in tanti altri casi. Se ci fosse PREVENZIONE.</p>
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		<title>Class action in Cassazione &#8211; Finanza e Mercati</title>
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		<pubDate>Fri, 26 Aug 2011 14:15:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>darklaw</dc:creator>
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		<description><![CDATA[19 aprile 2011 Banche, la class action ha fatto flop. Ma il Codacons non si dà per vinto La class action all&#8217; italiana nei confronti delle banche è stata ad oggi un vero flop, ma il Codacons non si dà per vinto. Basti pensare ai casi Intesa Sanpaolo e Unicredit. Le due banche sono finite nel mirino dell&#8217; associazione per la tutela dei consumatori all&#8217; inizio del 2010, quando sono state loro notificate due citazioni, che poggiavano su alcune rilevazioni dell&#8217; Antitrust secondo le quali gli istituti di credito avrebbero compensato l&#8217; eliminazione della commissione di massimo scoperto, introducendone di nuove e più costose. Nell&#8217; agosto del 2010, poi, al gruppo di Piazza Cordusio era stata notificata una seconda class action, con le medesime richieste della prima. Le tre iniziative, tuttavia, per il momento non hanno avuto l&#8217; esito che il Codacons avrebbe sperato. E&#8217; tutto scritto nei bilanci. Nel caso della banca di Ca&#8217; de Sass, infatti, secondo quanto è stato messo nero su bianco nella relazione dell&#8217; esercizio 2010, il tribunale di Torino, il 4 giugno dello scorso anno, ha depositato l&#8217; ordinanza che dichiara inammissibile la class action promossa. Il provvedimento è stato impugnato dinanzi alla Corte [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.studioramadori.com/wp-content/uploads/2011/08/finanzamercati.gif"><img class="alignleft size-full wp-image-1138" title="finanzamercati" src="http://www.studioramadori.com/wp-content/uploads/2011/08/finanzamercati.gif" alt="finanzamercati" width="180" height="81" /></a>19 aprile 2011</strong></p>
<p><strong>Banche, la class action ha fatto flop. Ma il Codacons non si dà per vinto</strong></p>
<p>La class action all&#8217; italiana nei confronti delle banche è stata ad oggi un vero flop, ma il Codacons non si dà per vinto. Basti pensare ai casi Intesa Sanpaolo e Unicredit. Le due banche sono finite nel mirino dell&#8217; associazione per la tutela dei consumatori all&#8217; inizio del 2010, quando sono state loro notificate due citazioni, che poggiavano su alcune rilevazioni dell&#8217; Antitrust secondo le quali gli istituti di credito avrebbero compensato l&#8217; eliminazione della commissione di massimo scoperto, introducendone di nuove e più costose. Nell&#8217; agosto del 2010, poi, al gruppo di Piazza Cordusio era stata notificata una seconda class action, con le medesime richieste della prima. Le tre iniziative, tuttavia, per il momento non hanno avuto l&#8217; esito che il Codacons avrebbe sperato. E&#8217; tutto scritto nei bilanci. Nel caso della banca di Ca&#8217; de Sass, infatti, secondo quanto è stato messo nero su bianco nella relazione dell&#8217; esercizio 2010, il tribunale di Torino, il 4 giugno dello scorso anno, ha depositato l&#8217; ordinanza che dichiara inammissibile la class action promossa. Il provvedimento è stato impugnato dinanzi alla Corte d&#8217; appello di Torino, senza miglior esito: con ordinanza depositata il 25 ottobre 2010, il reclamo è stato rigettato. Il Codacons ha, infine, impugnato quest&#8217; ultima decisione per Cassazione, e il procedimento è tuttora pendente. Quanto a Unicredit, come si apprende dalla relazione al bilancio 2010, il tribunale di Roma, con due separate ordinanze del marzo 2011, ha dichiarato l&#8217; inammissibilità di entrambe le class action. A questo punto, spiega a F&amp;M <strong>Marco Ramadori, presidente del Codacons</strong>, l&#8217; intenzione è di presentare reclamo in appello anche per quel che riguarda le due azioni contro la banca guidata dall&#8217; ad, Federico Ghizzoni, proprio come già fatto con Intesa Sanpaolo: «Questi tribunali &#8211; <strong>protesta Ramadori</strong> &#8211; pensano soltanto a fare l&#8217; interesse delle banche». Non solo: l&#8217; associazione a tutela dei consumatori, anticipa il presidente, promuoverà a breve una nuova iniziativa dinanzi al tribunale di Roma, sempre per protestare contro le commissioni bancarie ritenute troppo onerose per i correntisti. Dichiarazioni di intenti a parte, è evidente che la class action bancaria in Italia non ha ancora preso quota. «Il problema &#8211; spiega Ramadori &#8211; è che sono eccessive le differenze rispetto alla legislazione degli Stati Uniti. A cominciare dal meccanismo di adesione all&#8217; azione, che Oltreoceano è automatico e in Italia no. Basti pensare che le spese per far conoscere l&#8217; iniziativa agli altri aventi diritto, a differenza che in Usa, sono a carico nostro e il tempo a disposizione è limitato a 120 giorni. Non sono inoltre previsti i danni punitivi e noi riteniamo invece che debba esserci una sanzione proporzionata al fatturato della società condannata. Senza contare, infine, che nel Belpaese i tempi della giustizia sono molto più lunghi che negli Stati Uniti. E questo è, tra l&#8217; altro, il motivo per cui Oltreoceano non si arriva mai alla sentenza, ma si tende sempre a raggiungere una transazione prima».</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Delusione class action &#8211; Corriere della Sera</title>
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		<pubDate>Fri, 26 Aug 2011 14:11:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>darklaw</dc:creator>
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		<description><![CDATA[6 febbraio 2011 Class action, la delusione dei consumatori Fabio Savelli MILANO &#8211; L&#8217;abbiamo importata dal modello americano. Influenzati anche da Hollywood e dalla figura di Erin Brockovich &#8211; mitologica segretaria precaria di uno studio legale a stelle strisce (e interpretata da Julia Roberts nel film insignito con cinque premi Oscar) &#8211; che indagando sulla Pacific Gas and Electric Company ottenne 333 milioni di dollari per i 260 querelanti. Spinti a sporgere denuncia a causa di una contaminazione di falde acquifere in una cittadina californiana. Dal canto nostro abbiamo tentato di replicarne lo schema giuridico, ma ad un anno dall&#8217;entrata in vigore della normativa le associazioni dei consumatori tracciano un bilancio. Negativo. LE CAUSE &#8211; Il termine chiave per capire la levata di scudi dell&#8217;associazionismo in difesa del consumatore è &#8220;inefficacia&#8217;. La presunta &#8220;inefficacia&#8217; di uno strumento &#8211; teoricamente in difesa del più debole, dell&#8217;individuo, che appunto si coalizza facendosi tra gli interpreti di un&#8217;azione collettiva &#8211; contro pratiche commerciali scorrette ed eventuali danni subiti per colpa di attività aziendali non propriamente e giuridicamente accettabili. L&#8217;effetto è &#8220;l&#8217;arma spuntata&#8217;, perchè il consumatore è impossibilitato &#8211; secondo la tesi delle associazioni &#8211; a poter incidere e a dissuadere le aziende da [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.studioramadori.com/wp-content/uploads/2011/08/cds.gif"><img class="alignleft size-full wp-image-1071" title="cds" src="http://www.studioramadori.com/wp-content/uploads/2011/08/cds.gif" alt="" width="268" height="50" /></a>6 febbraio 2011</strong></p>
<p><strong>Class action, la delusione dei consumatori</strong></p>
<p><em>Fabio Savelli</em></p>
<p>MILANO &#8211; L&#8217;abbiamo importata dal modello americano. Influenzati anche da Hollywood e dalla figura di Erin Brockovich &#8211; mitologica segretaria precaria di uno studio legale a stelle strisce (e interpretata da Julia Roberts nel film insignito con cinque premi Oscar) &#8211; che indagando sulla Pacific Gas and Electric Company ottenne 333 milioni di dollari per i 260 querelanti. Spinti a sporgere denuncia a causa di una contaminazione di falde acquifere in una cittadina californiana. Dal canto nostro abbiamo tentato di replicarne lo schema giuridico, ma ad un anno dall&#8217;entrata in vigore della normativa le associazioni dei consumatori tracciano un bilancio. Negativo. LE CAUSE &#8211; Il termine chiave per capire la levata di scudi dell&#8217;associazionismo in difesa del consumatore è &#8220;inefficacia&#8217;. La presunta &#8220;inefficacia&#8217; di uno strumento &#8211; teoricamente in difesa del più debole, dell&#8217;individuo, che appunto si coalizza facendosi tra gli interpreti di un&#8217;azione collettiva &#8211; contro pratiche commerciali scorrette ed eventuali danni subiti per colpa di attività aziendali non propriamente e giuridicamente accettabili. L&#8217;effetto è &#8220;l&#8217;arma spuntata&#8217;, perchè il consumatore è impossibilitato &#8211; secondo la tesi delle associazioni &#8211; a poter incidere e a dissuadere le aziende da pratiche scorrette. Motivo? Manca il cosiddetto &#8220;danno punitivo&#8217; (applicato da anni nel modello anglosassone), che permette ai cittadini di essere risarciti anche moralmente del danno subito. E ancora &#8211; nel mirino di chi dovrebbe convogliare le richieste individuali per farne massa critica attraverso la class action &#8211; c&#8217;è anche una «evidente farraginosità della normativa attuale che comporta un rischio troppo alto a causa degli eventuali costi tutti a carico del ricorrente». I CRAC CIRIO E PARMALAT &#8211; Ecco perchè le speranze sono andate deluse. Soprattutto per chi attendeva di vedersi risarciti i propri risparmi per i crac Cirio e Parmalat. <strong>Rileva Marco Ramadori &#8211; avvocato Codacons, esperto di azioni collettive</strong> &#8211; che la «class action può essere promossa solo contro illeciti commessi successivamente all&#8217;entrata in vigore della legge Sviluppo». Non ha effetto retroattivo e non ha coperto chi è stato frodato da due dei più funesti crac finanziari di questi anni. L&#8217;annuncio &#8211; Rimane allora per le associazioni solo la possibilità &#8221; debolmente dissuasiva&#8217; di annunciare un&#8217;azione legale, senza però portarla a termine. Esempio è l&#8217;unica class action, finora ritenuta ammissibile nel settore privato. Quella contro la Voden Medical, ideatrice e distributrice del &#8220;test fai da te&#8217; contro l&#8217;influenza suina e aviaria. Carlo Rienzi, presidente Codacons, la motiva in termini economici spiegando che «ha comportato una spesa di 15mila euro, eccessiva rispetto all&#8217;eventuale restituzione dei soldi di chi ha acquistato il kit». LE AZIONI CONTRO LA PA &#8211; Paradossalmente corre su un binario privilegiato la possibilità di &#8220;class actions&#8217; contro la pubblica amministrazione. Semplice. Perchè non prevedono la possibilità risarcitoria, ma solo il ripristino di un servizio. Un esempio? Le &#8220;classi-pollaio&#8217;. A gennaio il Tar del Lazio ha accolto un ricorso del Codacons contro le classi scolastiche superiori ai 35 studenti. Il collegio del tribunale amministrativo ha sottolineato come «il Piano generale di riqualificazione dell&#8217;edilizia scolastica non è stato ancora adottato». Invitando i «dicasteri competenti a emanare il Piano entro quattro mesi».</p>
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